Franklin Delano Roosevelt ed il New Deal
La confusione regna sovrana. La
politica sembra un caravan serraglio. I giornalisti- attori televisivi
ammanniscono argomenti fuorvianti e da cronaca nera. Per il futuro, nessuno
passa dalle accuse alle proposte. Nessuna formazione politica sta dimostrando di
partire dai problemi per elaborare un programma, che, abbinato a persone
affidabili, dovrebbe essere proposto agli elettori. Partire dai nomi, significa
non cambiare la mentalità, che ha generato il “macello sociale ed economico”
(non è un’espressione esagerata). Il programma, però, non deve essere l’elenco
della lavandaia, ma la conclusione di approfondimenti sociologici, economici ed
etici. Io, ragiono così.
Viviamo una grave crisi, dalla quale, secondo
me, non si uscirà senza il contributo di
tutte le Istituzioni, a partire da quelle che esistono e insistono sul territorio. Un Premio Nobel ha diviso il mondo in gruppi:
L’occidente industrializzato, gruppo della paura; Cina, India, Brasile e Russia,
gruppo dell’appetito; il mondo arabo, gruppo del risentimento e i paesi
africani, gruppo della speranza. Il mondo occidentale vive la crisi con
preoccupazione. Noi, a maggior ragione, dovremmo essere più preoccupati
e agire, possibilmente con creatività.
Dovremmo smetterla di essere solo contemplativi e ripetitivi (un filosofo
parlava di “distruzione creativa”).
In un’economia globalizzata, dominata
dalla inafferrabile finanza, non si può procedere con la superficialità che, in
Italia, sta dominando la politica e l’attività amministrativa, da quasi un ventennio.
Nella prima Repubblica, grazie al fatto che ogni forza politica aveva un suo
modello di società, non era grave, come oggi , pensare che dovesse essere il
Governo Centrale a preoccuparsi di
provocare sviluppo nell’intero Paese, con strumenti come la Cassa per il
Mezzogiorno , le Partecipazioni statali, il Piano verde ed altri strumenti. Nella
seconda Repubblica, con forze politiche senza identità, (sono più le aggregazioni per
vincere che per governare), è più difficile trovare la bussola. Se aggiungiamo che la solidarietà tra il Nord
e il Sud si è spezzata, diventa vitale l’azione delle Regioni, delle Province, dei
Comuni e degli altri enti presenti sul territorio. Per poter assolvere a questo ruolo, occorre attrezzarsi. In che
modo? Come prima cosa bisogna stabilire
in quale logica si ragiona: in quella dello sviluppo o in quella delle
comodità?
Purtroppo, nella stragrande maggioranza dei
casi, la logica delle comodità l’ha fatta da padrona. Se richiamiamo alla
nostra mentre gli argomenti su cui le forze si scontrano, notiamo la mancanza
della logica dello sviluppo. Ciò, ha
comportato e comporta consumo di risorse senza aumento dell’occupazione, del PIL Provinciale e di quello comunale, cioè
senza sviluppo. Anzi, la balorda logica, che ha guidato gli amministratori, ha
fatto, anche, diminuire il valore della Città. Nella nostra Provincia, da alcuni
anni la decrescita e la prevista perdita di importanza dei settori
sui quali si era fatto affidamento per molti decenni, non sono state neutralizzate dallo sviluppo di settori, la
cui importanza andava crescendo. Faccio un esempio: mentre nella Provincia di
Arezzo la cultura produce l’8,4 per cento del PIL provinciale e il 9,8 per
cento dell’occupazione, in Irpinia non si raggiunge nemmeno il 2 per cento sia
del PIL, che dell’occupazione. Nella prima Repubblica, anche se non c’era un
piano di sviluppo provinciale, ci furono molti tentativi e proposte in favore dello sviluppo. Ne ricordo
alcune: il Progetto 21, il Piano di sviluppo dell’Alta Irpinia di Rossi-Doria;
le proposte del Professore, all’indomani del terremoto ed il piano di sviluppo
della Comunità montana del Partenio. Per la città di Avellino, la costituzione
dell’Ufficio per guidare la gestione del PRG. Nella seconda Repubblica si procede
all’insegna del “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, fidando solo su settori
che, come era prevedibile, sono diventati saturi (vedi l’edilizia e l’auto, che, per ogni posto che perdono, fanno perdere
alle attività collegate, rispettivamente altri dieci e cinque posti). Le Forze
politiche, che dimostrano di non avere
un modello di società e di lottare per il potere fine a se stesso, chiedono
consensi con la demagogia, con argomenti particolari o con il solo
rivendicazionismo.
Noi riteniamo che ci sia bisogno
d’altro. Occorrono proposte che facciano intravedere possibilità di sviluppo.
Per partorire proposte, però, occorre avere un programma e per elaborare un
programma occorre conoscenza. Questo
ragionamento era attuale già ai tempi di
Einaudi (conoscere per programmare) e del primo centrosinistra quando
si parlava di programmazione economica. Oggi, in un’economia aperta e
globalizzata e in una società liquida, la conoscenza è indispensabile. A tal fine, occorre organizzare convegni e confronti per iniziare un percorso
di conoscenza, coinvolgendo energie intellettuali e sensibili al bene comune. Ciò,
perché nessuno può pretendere di avere la verità. Il fine ultimo è organizzare
un programma da sottoporre alle forze politiche, anche in previsione delle prossime
elezioni. Poiché, le forze politiche provinciali sono piegate su se stesse e al
loro interno gli unici argomenti sono la promozione a deputato, a senatore o a
sindaco, si devono organizzare “i cittadini per il Buon Governo”. Eistein , nel 1905, affermò: Non è possibile
risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha creato. Perciò, ci vuole un reale cambiamento. Questa
verità, ci deve spingere a cercare consensi, da utilizzare non per amministrare
la realtà esistente, ma per contribuire a creare un’altra realtà, nella quale
far rinascere il futuro delle nostre nuove generazioni, che negli ultimi anni è
stato distrutto. Non è facile, ma non è impossibile.
Avellino...3.10.2012 Luigi Mainolfi
Avellino...3.10.2012 Luigi Mainolfi
(Associaz. Cittadini per il territorio)
Il bene comune è diventato materia per sognatori. Pensare alla Roosevelt con l'intervento articolato ma vincitore detto 'Nuovo Corso', il piano di riforme che combattè la grande depressione americana del 1929, è utopia o meglio ignoranza.
Spero in un New Deal italiano e di non rimanere un abitante dell'iperurania insieme a Luigi Mainolfi.
Stativi buoni
Roy
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